Luogo e Immagine Il 1° Miracolo Il II° Miracolo S. Giovanni Leonardi I Domenicani
Architettura Le stelle Pio IX Incoronazione Convento
 

IL LUOGO E L'IMMAGINE
La pia usanza di erigere edicole sacre lungo le vie, sui muri delle case, sull'ingresso dei poderi,
è antichissima. Un uso che segnava, al di là della devozione, punti di riferimenti nel territorio. Tante sono le testimonianze rimaste quasi intatte da molti secoli. Così nel Quattrocento sorgeva un'edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del monte Somma. Tale edicola si trovava a pochi chilometri dalla capitale del Meridione d'Italia, in territorio del comune di Sant'Anastasia, nella contrada che si chiamava «Arco» per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Il Domenici parla di un arco «grande, antico di fabbrica che li faceva [all'immagine] ghirlanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste... e che era rifugio degli uomini e degli animali». Perciò l'immagine era detta «Madonna dell'Arco».L'edicola, come ci testimonia fra Ludovico Ayrola, in uno scritto della fine del Seicento, era formata da «una piccola, povera ed antica conicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile». Il Domenici così descrive il dipinto dell'edicola, che egli vide la prima volta nel 1594: «Questa divotissima Immagine della Madre di Dio sta dipin­ta in muro, che con la man sinistra teneramente abbraccia il suo Sacratissimo Figliolo, il qua­le con la mano destra stringe un pomo: la cui dolcissima Madre mostra l'età di una dolcissima fanciulla di diciott'anni circa, ed è agli occhi di tutti devota, graziosa e bella, tirando più presto al chiaro e bianco che al nero e oscuro... Par che stia a sedere sopra una sedia, secondo alcuni, ma secondo altri pittori siede sopra una meravigliosa nube... Né è da passare con silenzio la proprietà singolare di questa Sacratissima Imma­gine, avendo un'attrattiva mirabile di modo che rapisce i cuori delle persone che la risguardano, anzi secondo i tempi par che si mostri allegra e malinconica e da qualsivoglia parte e in qualsivoglia modo si risguardi, essa con occhio grazioso e vago vi mira, e ferisce né mai vi saziate di vederla e di mirarla».Il dipinto certamente non vanta pregi arti­stici, ma colpisce la mesta espressione del volto, dominato da due grandi occhi che hanno l'effetto di penetrare l'animo di chi li guarda, lasciandovi un ricordo indelebile.

IL PRIMO MIRACOLO

Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come ogni anno dagli abitanti della contrada una festa in onore della Vergine Maria, avvenne un pro­digio che richiamò su quell'immagine l'attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine.Presso l'edicola tra le altre cose si giocava a pallamaglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla.Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l'altro tirò il suo con più energia e abilità tanto da po­ter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all'edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sé dalla collera, questi bestemmiò più volte la Santa Vergine, poi, raccolta la palla, al colmo dell'ira, la scagliò contro l'effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue. Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore.Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, gran giustiziere del Regno di Napoli, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s'impadronì del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia.Sparsasi intorno la fama dell'accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incon­tro a questi fedeli, proteggere la sacra immagine e celebrare la liturgia, fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno e una superiore, per ospitare un custode.L'unico custode di cui si ha memoria fu Sebastiano da Aversa, terziario domenicano, che dovette curare con solerzia e devozione la chiesetta affidatagli, perché nel 1544 fece fondere una campana di buone dimensioni, recante la scritta: «Io fra Sabba, Terziario dell'Ordine Domenicano, ho fatto fare questa campana di ele­mosine l'anno del Signore 1544».I fedeli accorsi nei primi tempi dopo il miracolo della guancia insanguinata, dovettero essere nu­merosi, e molti i voti e le elemosine, perché troviamo che la chiesetta, quantunque piccolissima, fu dichiarata rettoria e beneficio canonico, senza cura pastorale, e i rettori erano nominati dalla Sede Apostolica. Infatti la confraternita di Santa Maria delle Grazie eretta in Sant'Anastasia nella chiesa di Santa Maria la Nova era tenuta ad intervenire alle processioni delle domeniche di Quaresima stabilite nella chiesa di Santa Maria dell'Arco; e il rettore aveva l'impegno di pagare ogni anno, nel giorno di sant'Andrea apostolo, un carlino al vescovo di Nola.A incrementare la devozione a questa immagine della Beata Vergine Maria fu una tal Eleonora, già moglie di Marcantonio di Sarno, del comune di Sant'Anastasia. Apparsale in sogno la stessa Madonna dell'Arco, l'avvisò del pericolo che correva l'edicola di precipitare al suolo, e le comandò di provvedere. Al mattino Eleonora si recò alla chiesetta, guardò attentamente l'edicola e trovò esatto quanto in sogno Maria le aveva indicato. Piena di zelo, si mise all'opera; ma, povera di mezzi, non potè fare altro che innalzare una rozza scarpata di pietra dietro il muro che minacciava di crollare. Venuto a sapere di questa esigenza il cavaliere napoletano Scipione De Rubeis Capece Scondi­to, proprio perché devotissimo della Vergine dell'Arco e riconoscente per una grazia ricevuta, provvide a migliorare non solo la statica, mal'ornamento e decorazione di tutto il tempietto che munì di un robusto cancello di ferro; poi per evitare che l'immagine fosse guastata dall'intemperante devozione dei fedeli, ne coprì il volto con un grosso cristallo fino al busto e il rimanente con un cancello di legno dorato. Conosciamo con esattezza la posizione e la forma di questa chiesetta e dell'edicola della Vergine, sia per i documenti trovati nell'archivio di Nola, sia per una tavoletta votiva del 1590 ritrovata nel santuario, la quale riprodu­ce la chiesetta come era in quel tempo. Apprendiamo infatti dai registri delle visite pastorali dei vescovi di Nola che i fedeli nel costruire la chiesetta non vollero per nulla toglie­re ai passanti la vista della benedetta immagine. Intorno ad essa perciò costruirono un tempiet­to, davanti un altare e dietro la chiesetta, in modo che l'immagine si trovasse come incastonata nella facciata della chiesetta verso il lato sinistro. Non propriamente al centro della facciata, ma spostata a destra, era la porta d'ingresso. All'interno della chiesetta vi erano tre altari anche se poco utilizzati. A destra, guardando la chiesa dall'esterno, c'erano due stanzette: una a pianterreno e una al piano superiore per il custode; dietro un piccolo cortile con cisterna, confinante con la proprietà degli eredi di un certo Domenico Castiello.

 

LA «PARTICOLARE» TESTIMONIANZA DI AURELIA DEL PRETE
Viveva, non molto lontano dalla chiesa della Madonna dell'Arco, una certa Aurelia Del Prete maritata a Marco Cennamo, conosciuta in tutta la contrada per triste fama di bruttezza fisica e morale. Un giorno costei, spaccando della legna, si ferì un piede e, temendo cose peggiori, fece voto alla Vergine dell'Arco che, se fosse guarita, in segno di riconoscenza avrebbe portato alla chiesetta una coppia di piedi di cera.Il lunedì di Pasqua di quell'anno 1589, cedendo alle preghiere del marito, che si recava alla chiesetta per portarvi un voto di cera promesso per una grave malattia agli occhi da cui era guarito, si accompagnò con lui trascinandosi dietro con una corda un porcellino, per trovare occasione di venderlo alla fiera che fin da allora si teneva nei dintorni del santuario. A causa della gran calca di popolo, il porcellino le sfuggì di mano e si mise a correre spaventato tra la folla. Aurelia, bestemmiando, imprecando, si diede a corrergli dietro e a cercarlo, e così venne a trovarsi dinanzi alla chiesetta proprio mentre il marito vi giungeva dall'altra parte con il suo voto. Il porcellino, per caso, era là, in mezzo a loro. A tale vista l'ira della donna, giungendo al colmo, esplose, e lei, sbattendo a terra il voto di cera che aveva portato il marito, lo calpestò bestemmiando e maledicendo l'immagine della Vergine Maria e colui che l'aveva dipinta e chi veniva a venerarla. La cosa continuò, nonostante le implorazioni del marito e di alcuni presenti. L'anno seguente una malattia ai piedi portò la donna a restare a letto fino a quando, nono­stante le cure dei medici, nella notte tra la domenica di Pasqua e il lunedì, i piedi si staccarono dalle gambe. I parenti e Aurelia stessa collegarono la cosa al fatto sacrilego dell'anno precedente. Pur volendo tenere nascosto il tragico evento, la cosa si seppe e siccome l'evento poteva essere di monito per tanti fedeli, i piedi dell'Aurelia, dopo alcune vicissitudini, furono esposti nel santuario.In breve la fama di tale miracolo si sparse dappertutto; da ogni parte, fu un accorrere di fedeli e di curiosi che si recavano all'Arco per sincerarsi della cosa o per implorar grazie dalla Vergine. Di giorno in giorno la folla aumentò, divenne immensa, diventò preoccupante. Fu così necessario porre degli alabardieri e degli uomini armati lungo tutto il percorso per evitare inconvenienti. «Era  dice il Domenici  tale il rumore della moltitudine che pareva un mare quando sta in tempesta!».Il vescovo di Nola, monsignor Fabrizio Gallo, cercando di impedire una interpretazione su­perstiziosa del fatto, ordinò che si chiudesse la chiesetta, si sbarrasse il cancello del tempietto per impedire ai fedeli di venerare l'immagine. Poi volle sincerarsi personalmente dell'accaduto e il giorno 11 maggio, venuto all'Arco, istituì un regolare processo canonico. Interrogò il marito, il medico che l'aveva curata, Francesco d'Alfano, lo speziale Alfonso de Moda, il cavaliere Capecelatro e altri, e infine la stessa Aurelia Del Prete, e avuta relazione dell'accaduto, domandò ad essa cosa ne pensasse. La donna ri­spose: «Perché l'anno passato bestemmiai la Madonna Santissima dell'Arco e questa Quaresima non l'ho confessato: questa senza dubbio è la causa del castigo che ricevo allo scadere dell'anno». Così il vescovo, senza attendere la conclusione del processo, ritirò il divieto che proibiva ai fedeli di venerare l'immagine.

L'OPERA DI SAN GIOVANNI LEONARDI

E LA COSTRUZIONE DEL SANTUARIO

L'afflusso di molti fedeli creò particolari problemi organizzativi ed economici. Alcuni dissensi si crearono, e si trascinarono per diversi anni, tra il vescovo di Nola, il comune di Sant'Anastasia e il viceré di Napoli circa la chiesetta della Madonna dell'Arco.

Solo papa Clemente Vili risolse l'annosa questione. Il 9 settembre 1592 mandò da Roma pa­dre Giovanni Leonardi da Lucca, fondatore della congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio, con alcuni suoi preti; e con la lettera della Sacra Congregazione, incaricò il vescovo di Nola di affidargli la cura spirituale della chiesa e di deputare tre o quattro uomini del casale di Sant'Anastasia per l'amministrazione delle elemosine e dei beni temporali.

L'8 ottobre dello stesso anno, con regolare nomina del vescovo, padre Giovanni Leonardi prendeva possesso della chiesa e iniziava il suo ministero coadiuvato da tre suoi sacerdoti.

Il 6 aprile 1593 per una maggiore funzionalità, anche in vista della costruzione di un nuovo e più grande edificio per il culto, tutto, anche la parte economica, fu affidato al Leonardi.

Nel suo santo zelo padre Leonardi iniziò subito l'opera già da tanto tempo e da tutti desiderata: un grande tempio dedicato alla Beata Vergine Maria.

Il 1° maggio dello stesso anno, giorno di sabato, ne fu posta con grande solennità la prima pietra, benedetta dal vescovo di Nola monsignor Gallo. Su di essa fu inciso da una parte:

Nell'anno del Signore 1593 il primo maggio,

essendo Papa Clemente VIII,

Re d'Ispagna Filippo II,

e Vescovo di Nola Fabrizio Gallo

fu posta questa prima pietra.

 

E dalla parte opposta: 

Alla Beata Vergine dell'Arco per la bestemmiatrice Aurelia

castigata nei piedi l'anno 1590 il giorno 20 aprile.

Bisognò superare non poche difficoltà tecniche, perché l'antica edicola e la cappelletta fatta costruire dal De Rubeis, pur rimanendo dove erano, si trovassero nel centro della chiesa.

La devozione alla Beata Vergine dell'Arco sotto la cura spirituale e l'amministrazione del santo padre Giovanni Leonardi crebbe in quantità e in qualità. Una pallida idea ce la dà una lettera scritta dal Leonardi al vescovo di Nola per rendere conto dell'amministrazione di un anno. Qui risulta che di sole elemosine aveva raccolto ben 85.009 ducati. Ciò dimostra quanta fiducia si era conquistata e quanto i fedeli gli fossero grati per la sua opera e il suo zelo. Il vescovo di Nola, poi, scrivendo alla Sacra Congregazione lo fe­ce con queste parole: «Osservando quanto bene, anzi ottimamente il detto P. Giovanni Leonardi siasi condotto, non solo devesi meritatamente quietare, ma devesi stimare degno di essere premiato, onde lo lodiamo ampiamente».

 

I DOMENICANI AL SANTUARIO

Nonostante la saggia e prudente amministrazione di san Giovanni Leonardi, e la soddisfazione dei fedeli, le parti interessate al santuario non smisero di porre in opera ogni mezzo per ottenere ognuno i propri intenti. Il comune di Sant'Anastasia tendeva ad avere l'amministrazione del nascente santuario; il vescovo voleva fondarvi una collegiata di preti per il culto e l'amministrazione, mentre il viceré Giovanni di Zunica, conte di Miranda, persisteva più che mai nel volere una famiglia religiosa.

Questi, d'accordo col reggente Moles e col comune di Sant'Anastasia, mandò a Roma per trattare la cosa presso la Santa Sede il cavalier Ottaviano Capecelatro, uomo di grande bontà e prudentissimo nel trattare affari. Prima di partire il Capecelatro ottenne dal viceré che, ove mai non fosse possibile ottenere i carmelitani scalzi da lui preferiti, gli fosse data libertà di trattare a favore di altro istituto religioso osservante.

A Roma il Capecelatro ottenne, in un primo tempo, un decreto col quale, derogando alle costituzioni di Bonifacio Vili, si permetteva all'ordine religioso cui sarebbe stata affidata la chiesa dell'Arco di accettare «benefici». Ottenne ancora che la collegiata di preti non si istituisse più all'Arco ma alla parrocchia di Sant'Anastasia, concorrendo però la chiesa dell'Arco a tale fondazione con trecento ducati annui.

Dopo altre trattative il cavalier Capecelatro, delegato dalle parti, ottenne che il santuario della Madonna dell'Arco fosse affidato ai padri domenicani di Napoli, di cui egli era estimatore e amico.

Fiorivano allora a Napoli due congregazioni di domenicani osservanti, ricche, tutt'e due, di uomini afferrati nel carisma di san Domenico del­la predicazione: la congregazione della Sanità che aveva la sua casa principale alla celebre chiesa della Sanità di Napoli, e la congregazione di Santa Caterina degli Abruzzi, che riconosceva suo fondatore padre Paolino da Lucca, e che aveva a Napoli i due celebri conventi di Gesù e Maria e di San Severo Maggiore.

Il decreto pontificio parlava dei padri osser­vanti senza indicare a quale delle due congre­gazioni di religiosi domenicani esistenti a Napoli dovesse essere affidata la chiesa dell'Arco, e sorsero perciò dubbi e incertezze; ma infine l'8 marzo 1594 si ottenne il decreto che concedeva ai padri domenicani della congregazione degli Abruzzi la cura e il servizio del santuario, e al vescovo l'amministrazione delle cose temporali tramite due suoi deputati.

Il 1 ° agosto dello stesso anno i padri domenicani vennero al santuario. In tal giorno il priore del convento di Gesù e Maria, padre Francesco Bresciani, procuratore generale della stessa con­gregazione, venne all'Arco insieme a molti padri; fu cantata la messa da padre Arcangelo Domenici nella cappella della Madonna e, consegnate a padre Bresciani le chiavi della chiesa e le sup­pellettili per atto pubblico stipulato dal notaio Fabio Romano; il Leonardi intonò il Te Deum rin­graziando, insieme ai presenti, Iddio e la Vergine Santissima venerata sotto il titolo dell'Arco.

Da quel 1° agosto 1594 i domenicani sono al santuario di Maria, fedeli e devoti custodi del dono che, attraverso le vicende umane, Maria stessa faceva ad essi. Da quel giorno, ininterrottamente, si sono susseguiti qui per il servizio del santuario una moltitudine di frati, illustri alcuni per bontà o per dottrina, altri umili e nascosti, ma tutti recanti nell'anima e nel cuore gratitudine immensa e fiducia serena nella bontà di Maria. Anche quando la vicenda dolorosa della persecuzione religiosa si abbatté sulle case religiose e i frati furono costretti a lasciare i conventi siti nel Regno di Napoli e riparare un po' dappertutto, i fedeli protestarono e, forse unica eccezione, il re Giuseppe Bonaparte dovette concedere ai domenicani, dopo solo otto giorni di allontanamento, di tornare al venerato santuario di Maria Santissima dell'Arco.

Gli inizi della missione dei padri domenicani all'Arco non furono però né facili né senza sof­ferenze. L'abitazione che trovarono era costituita da poche, insufficienti e malconce baracche di tavole, le quali, dice il padre Domenici, testimone e paziente ad un tempo, «d'estate erano fornace e d'inverno come cisterna».

Ma la cosa più grave fu il fatto che, una volta che san Giovanni Leonardi lasciò il santuario, immediatamente sia il vescovo che la comunità di Sant'Anastasia avvalendosi del decreto del marzo 1594, mandarono di nuovo loro delegati al santuario, che stessero assieme ai padri al banco dove si ricevevano le offerte dei fedeli per la costruzione del tempio e per i bisogni del culto: «Era -dice il Domenici nel suo Compendio - una grandissima indecenza vedere al banco delle elemosine insieme mescolati frati, preti e secolari».

Il 14 dicembre 1595 il vescovo di Nola, sotto istanza della Santa Sede, consegnò definitivamente il santuario e la sua amministrazione ai domenicani. Questi però rimasero obbligati a versare ogni anno, oltre i 500 scudi per la Collegiata di Sant'Anastasia, 100 ducati d'oro per un maestro che insegnasse grammatica ai fanciulli del paese e una somma (fissata più tardi a ducati 400 annui) per maritaggi a fanciulle povere. Nel 1595 furono iniziati, dal primo priore dei domenicani dell'Arco, padre Sante Castellano, i lavori di costruzione del monumentale convento annesso al santuario.

 

IL SANTUARIO: ARCHITETTURA E ARTE

Progettista del nuovo santuario fu Giovan Cola di Franco, un affermato architetto che diresse anche i lavori di Santa Maria La Nova e intervenne in San Gregorio Armeno, Santa Maria della Vita e nella costruzione della cappella di San Gennaro, tutti splendidi monumenti sacri di Napoli.

La forma del tempio è a croce latina con ampia abside in cui successivamente venne collocato un grande coro monastico in noce intagliato.

Il complesso monumentale rispecchia sia all'interno sia all'esterno i caratteri architettonici del tempo in cui sorse: oggetti e cornici in pietra vesuviana o in pietra grigia con fondali bianchi, in piacevole armonia.

Nell'interno le cappelle laterali erano, secondo il gusto del nuovo secolo, in stile barocco con altari in marmo e tele di buona fattura, prevalentemente del pittore napoletano Antonio Sarnelli, con soggetti di santi domenicani.

In seguito, nel 1948, le cappelle furono abolite per creare due piccole navate laterali per il più facile deflusso dei fedeli, sempre in aumento. Gli altari, con le ringhiere in ferro e ottone che separavano le cappelle dalla navata centrale, furono ottimamente utilizzati altrove nell'ambito del santuario. Le tele rimasero invece al loro posto. Nello stesso tempo furono aperte altre due porte sulla facciata, in corrispondenza delle due nuove navate. Tutti e tre gli ingressi delle attuali tre navale, in occasione del quarto centenario della fondazione del santuario e dell'arrivo dei domenicani (1993-1994), sono stati arricchiti con artistiche porte di bronzo realizzale dallo scultore francescano padre Tarcisio Musto.

Nel 1853 alla torre campanaria furono aggiunti due piani, con poco rispetto del complesso architettonico.

Nel mezzo del transetto, in asse con la cupola, sorge il tempietto che custodisce l'antica edicola con l'immagine della Madonna dell'Arco, commissionato nel 1621 al maggiore architetto del Regno di Napoli, Bartolomeo Picchiatti.

Otto colonne di broccato di Spagna reggono una ricca cimasa di marmo bianco con cornice. Marmi policromi adornano i pilastri portanti. La parte terminale è in legno dipinto. L'edicola con l'affresco è racchiusa in finissimi marmi intarsiati con un altare sottostante il cui paliotto è un capolavoro di intarsio di pietre dure in stile fiorentino. Per realizzare questo artistico gioiello l'architetto Picchiatti si avvalse dei famosi scultori carraresi Vitale e Giuliano Finelli.

Nella crociera, a sinistra guardando il tempietto, vi è l'altare del Crocifisso con una preziosa scultura lignea della fine del Seicento posta su un affresco rappresentante la Madre di Gesù e Giovanni l'apostolo ai piedi della croce. A destra della crociera si trova l'altare con una tela raffigurante san Domenico che riceve il rosario dalla Beata Vergine Maria. Su questo lato si apre la cappella settecentesca con soffitto affrescato e, tra le altre, due tele di Luca Giordano. Oggi questa è la cappella del Santissimo Sacramento custodito in un prezioso tabernacolo.

Dietro il tempietto all'ingresso dell'abside è posto l'altare maggiore di pregevolissima fattura settecentesca. Anche la sacrestia risulta preziosa non solo architettonicamente ma anche perché arredata con armadi del Seicento e con una grande tela di Tommaso d'Alessandro di Ortona.

 

LE STELLE ATTORNO AL VOLTO DELLA VERGINE E ALTRI PRODIGI

A molti miracoli e molte grazie è legata la devozione alla Vergine Maria dell'Arco; ne fanno fede le migliaia di ex voto. Tante le testimonianze riportate dal Domenici nel suo scritto; se ne contano circa duecento con riferimenti a persone ben precise, a testimonianze e per alcune anche a veri e propri processi canonici.

Oltre a queste innumerevoli grazie ricevute per intercessione della Beata Vergine Maria, la storia della devozione a questa sacra immagine è costellata da fenomeni straordinari certificati da testimoni autorevoli, anche da verbali notarili. Uno di questi episodi è il miracolo della pietra spezzata. Quando fu costruito il tempiet­to attuale, si volle rivestire di marmi il muro dov'è dipinta l'immagine della Madonna. Con brutta sorpresa si trovò una grossa pietra vesuviana, incastrata nel muro, che con una delle sue punte arrivava sotto la figura della Madonna. Non si riusciva a toglierla con nessun mezzo, anzi c'era pericolo che da un momento all'altro tutto l'intonaco dov'era dipinta l'immagine andasse in briciole. L'architetto Bartolomeo Picchiatti, vistosi perduto, prese in mano la pietra e pregò con fede la Madonna di dargliela. Essa si spezzò: metà restò nel muro e metà cadde a terra. Questa, a ricordo, fu esposta in chiesa, ma per salvarla dai fedeli che ne prendevano delle schegge per devozione, fu collocata in alto in uno dei pilastri del santuario, dove ancora si può vedere. Era la notte del 15 febbraio 1621.

Nel pomeriggio del 7 marzo del 1638 alcune pie donne che pregavano, nell'alzare gli occhi verso la miracolosa immagine notarono qualche cosa d'insolito. Fissando più attentamente lo sguardo videro che la guancia colpita dalla palla del sacrilego giocatore sanguinava di nuovo. Prima timidamente, poi a gran voce gridarono al miracolo, facendo accorrere i vicini e i frati, che, atterriti, dovettero constatare la verità di quanto le buone donne asserivano.

Il prodigio non cessò quella sera, ma fu visibile a tutti per diversi giorni, dando modo così alla notizia di diffondersi anche lontano. E da tutte le parti fu un accorrere concitato di fedeli, curiosi, ammirati e atterriti insieme. La folla aumentò di giorno in giorno, fu tanta che le autorità stesse religiose e civili non poterono trascurare la cosa. Accorse infatti da Napoli il viceré Ramiro Felipe Munez de Guzman, duca di Medina las Torres; e nello stesso giorno il vescovo di Nola monsignor Giambattista Lancellotti mandò il suo vicario generale don Domenico Ignoli, perché constatasse l'accaduto. Il tutto fu testificato con un atto ufficiale da un pubblico notaio e alla presenza del viceré, di tutti i padri del convento, di molti padri minori conventuali e di tutti i sacerdoti della Collegiata di Somma.

Tra i vari prodigi certamente quello più evan­gelico, vissuto in modo giornaliero, è stato (ed è ancora oggi) l'assistenza spirituale e materiale ai pellegrini. In certe occasioni però quello che era un'evangelica quotidianità diventava testimonianza di grande carità cristiana. Ci si riferisce qui a catastrofici eventi che la popolazione campana ha vissuto nei quattro secoli dell'esistenza di questo santuario mariano.

Quando vi fu l'eruzione del Vesuvio tra la fine del 1631 e l'inizio dell'anno seguente furono ospitate e curate migliaia di persone finché non ter­minò il pericolo. Anche in questa circostanza si racconta di un prodigio accaduto: per tutto il tempo dell'eruzione il volto della Madonna scomparve e si rese visibile solo alla fine dell'eruzione. A ricordo di tale evento fu posta, dietro l'edicola della sacra immagine, una lapide di raro marmo nero con una scritta incisa in lettere d'oro.

Anche durante la peste del 1656, che colpì la Campania, mietendo centinaia di migliaia di vittime, il santuario fu luogo di ricovero e di cura. In questa occasione è nata la devozione di ungersi in casi di malattia con l'olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l'immagine della Beata Vergine. Molte testimonianze attendibili ci sono giunte a proposito della guarigione dalla peste ottenuta invocando con fede la Madonna.

Così in altre simili occasioni il santuario è diventato luogo di riparo e di carità evangelica nell'assistenza dei rifugiati.

Un altro prodigio, che va narrato per la sua eccezionalità e le sicure testimonianze riportateci, accadde al tramonto del 25 marzo 1675. Un religioso del convento piamente pregava dinanzi all'altare di Maria, quando, alzando gli occhi verso l'immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere una luce color d'oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Ritenendo che fosse un'allucinazione chiamò il sacrestano, e senza prevenirlo, l'invitò a guardare l'immagine. Questi, colmo di meraviglia, confermò la visione della luce e delle stelle e corse a chiamare il priore, in quel tempo padre Rossella. Accompagnato da altri due frati all'altare della Vergine, il superiore constatò il miracolo.

Il mattino dopo all'alba, il vescovo di Nola, monsignor Filippo Cesarino, avvisato dal priore del convento, si recò a visitare la sacra immagine. Osservò lungamente le stelle e, commosso, volle che immediatamente anche il suo vicario osservasse e attestasse quel prodigio. Ordinò ai padri di divulgare la notizia e di non porre ostacoli alla gioia e al fervore dei fedeli e, appena ritornato a Nola, comandò che per tutta la diocesi s'istituissero pubbliche processioni di ringraziamento.

Il viceré del tempo, Antonio Alvarez Marchese D'Astorga, accorse anche lui al santuario, e confermando l'ordine del vescovo di Nola, comandò che per mano di un pubblico notaio venisse redatto un documento riguardante l'accaduto, da inviare poi al re di Spagna, assieme a una riproduzione dipinta del miracolo stesso. Dopo il viceré vennero e constatarono il prodigio il cardinale Orsini (più tardi papa Benedetto XIII), l'inquisitore di Napoli e i consultori del Sant'Uffizio vaticano.

Il 26 aprile, quindi circa un mese dopo (il che significa che tale prodigio durò molto tempo), il notaio Carlo Scalpato da Nola redasse l'atto ufficiale in presenza e con la testimonianza di moltissime persone autorevoli, religiose e civili, tra le quali troviamo il nunzio della Santa Sede presso il Regno di Napoli, monsignor Marco Vicentino, vescovo di Foligno; il vescovo di Nola Filippo Cesarino; il vicario generale della diocesi, Giovanbattista Fallecchia; il duca Fabrizio Capece Piscicelli del Sedil Capuano e suo fra-tello Girolamo; don Nicola Capecelatro; il residente del duca di Toscana presso la corte di Napoli, don Santolo di Maria, e il giudice del luogo dottor Onofrio Portelli.

 

VISITA DEL PAPA PIO IX

Pio IX, in seguito alle vicende politiche che lo costrinsero ad abbandonare la sua sede vaticana, fu ospite del re di Napoli, Ferdinando II.

Stando a Napoli il papa udì del santuario e della portentosa immagine della Madonna dell'Arco. Così il 15 dicembre 1849 si recò a venerare in forma solenne questa immagine tanto cara al popolo napoletano.

Appena giunto, il pontefice, accortosi che le guardie d'onore avevavo proibito ai fedeli d'entrare nel tempio, diede ordine che al popolo non fosse vietato l'ingresso, dicendo: «Innanzi alla Madonna il papa non entra senza il suo popolo». Poi giunto dinanzi all'immagine, s'inginocchiò e poste le guance fra le palme, pianse, rimanendo così in preghiera.

 

LA SOLENNE INCORONAZIONE

Una data da ricordare per la storia del santuario è quella della solenne incoronazione dell'immagine della Madonna dell'Arco, che ha dato inizio alla grande celebrazione che si svolge ogni anno la seconda domenica di settembre.

Monsignor Tommaso Passero, dell'Ordine dei Predicatori, devotissimo della Beata Vergine, vescovo di Troia, chiese al papa di poter incoronare solennemente la sacra immagine. Il 22 agosto 1873 ottenne tale permesso. Egli stesso offrì le due corone di oro, e affidò il compito di organizzare il solenne rito a monsignor Tommaso Michele Salzano, arcivescovo di Edessa, anch'egli dell'Ordine Domenicano.

Per l'occasione il santuario venne riccamente parato a festa, all'interno e all'esterno, con preziosi drappi, nastri colorati, ghirlande di fiori e numerose lampade. Particolare riguardo fu rivolto al tempietto dove è conservata l'immagine della Madonna dell'Arco. Sulla facciata del tempio e lungo le pareti laterali si collocarono migliaia di lumi.

Monsignor Passero che aveva promosso l'iniziativa e donato le due corone d'oro, presiedette la solenne cerimonia dell'incoronazione, che ebbe luogo l'8 settembre 1874, alla presenza del cardinale Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli.

 

IL CONVENTO DOMENICANO

Quando il 1° agosto 1594 i primi padri do­menicani arrivarono al santuario, trovarono come loro abitazione insufficienti e sconnesse baracche che, dice il Domenici, «d'estate erano fornaci e d'inverno come cisterne». Il primo priore dei domenicani, padre Sante Castellano, iniziò subito la costruzione dell'imponente con­vento sul lato ovest del tempio nel 1595.

I criteri adottati rispecchiavano gli schemi classici dei conventi domenicani: chiostro centrale, quadrato, al piano terra tutti i locali necessari per la vita di una comunità religiosa. Di importanza architettonica e artistica, a questo livello del chiostro, sono la sala capitolare e l'ex farmacia.

Al primo piano le «celle» o camere per l'alloggio dei religiosi.

Il lato del convento che si affaccia sulla strada antistante il santuario fu riservato, con i portici esterni e i locali interni, ai pellegrini quale punto di appoggio nelle loro soste al santuario.

Ormai completo, il convento, intorno al 1630 fu ulteriormente ampliato col prolungamento dei corridoi, la creazione di un ammezzato, di un chiostrino di servizio verso la campagna e la costruzione di un corridoio più piccolo sul lato ovest riservato ai novizi.

A lato e dietro di esso un vastissimo appezzamento di terreno consentiva di provvedere con i suoi prodotti al sostentamento della comunità e dei pellegrini che ne avessero avuto bisogno.

Nei secoli della sua storia il convento è stato sempre un centro di intensa vita religiosa, culturale e di attività caritative.

Nel 1808 fu applicata anche a Madonna dell'Arco la legge promulgata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte che sopprimeva tutte le case religiose del Regno di Napoli. Il 23 settembre del 1817, dopo vari usi, l'immobile fu dato definitivamente in piena proprietà al Real Albergo dei Poveri di piazza Carlo III in Napoli, ad eccezione di otto camerette da destinare non solo all'alloggio, ma anche a tutti i servizi occorrenti alla piccola comunità allora addetta al santuario. La biblioteca, l'archivio, i paramenti sacri e tut­ti gli oggetti di qualche valore erano stati de­predati. Il santuario e il convento furono spogliati di tutto. Il vasto campo retrostante e la palazzina destinata agli ospiti furono venduti all'asta assieme ai cosiddetti «comodi rurali», in cui erano compresi tutti i locali al piano terra lato ovest e nord, l'ammezzato e i locali a piano terra a mezzogiorno una volta destinati ai pellegrini.

Il resto dell'edificio rimasto all'Albergo dei Poveri fu in un primo tempo destinato ad acco­gliere «tignosi» e ammalati cronici. Con l'istituzione nel 1835 dell'Ospedale Santa Maria di Loreto alla via Marittima in Napoli, tutti quegli ammalati vi furono trasferiti e l'immobile servì ad accogliere alcune centinaia di anziani di ambo i sessi. Successivamente, dal 1885 al 1906, ospitò una sezione del Manicomio Provinciale. Con l'eruzione del Vesuvio del 1906 il convento subì notevoli danni, e fu dichiarato inagibile. I vecchietti furono trasferiti, ma qualche anno dopo, eseguiti grossolani lavori di consolidamento, esso tornò ad essere una sezione staccata dell'Ospizio di piazza Carlo III.

Nel 1925, dopo una contesa giudiziaria sostenuta dal Fondo per il Culto, dal comune di Sant'Anastasia e da padre Sorrentino, rettore del santuario, e dopo lunghe e laboriose trattative, si ottenne una parte del convento, ove, nel 1926, fu trasferita, da Acerra, la Scuola Apostolica della provincia domenicana di Napoli.

Quando nel 1594 il santuario fu assegnato ai domenicani lo fu non solo perché potesse essere cu­stodito e servito, ma anche perché potessero collocarvi uno studentato. Era perciò spontaneo, per i frati domenicani dell'inizio di questo secolo, il ricordo e il desiderio di unire insieme i due ideali: la gloria di Maria e la ricostruzione dell'antica e gloriosa provincia domenicana di Napoli (allora retta solo in vicariato per lo scarso numero di religiosi), trasferendo lo studentato a Madonna dell'Arco e affidandolo alla bontà della Vergine.

Ma i locali ottenuti erano ben poca cosa. La maggior parte del convento restava ancora in possesso del Reale Albergo dei Poveri. Per l'incremento intensivo ed estensivo del culto alla Vergine era necessaria, come alle origini, la presenza di un maggior numero di frati al servizio del santuario per l'accoglienza e la cura spirituale dei pellegrini. Occorsero lunghi anni di silenzioso ma intenso e doloroso lavoro perché, infine, il 10 luglio 1935 fosse possibile stipulare un contratto di compravendita con la direzione dell'Albergo dei Poveri che decideva di trasferire altrove i suoi ricoverati. Tra la più viva commozione dei presenti, il 3 agosto successivo, vigilia della festa di san Domenico, veniva abbattuto il muro divisorio tra i locali precedentemente occupati dai padri e il resto del convento.

Passato però il primo momento di entusiasmo, ci si accorse che molto restava da fare. I locali non solo erano in pietoso stato di manutenzione, ma erano stati così trasformati che, prima di potersene servire, occorrevano lunghi lavori e dispendiosi più delle possibilità. L'entusiasmo però non venne meno e la gioia dell'animo si convertì in spìrito di sacrificio. Provveduto ai lavori più pesanti, i chierici studenti rinunziarono alle loro vacanze estive e si trasformarono in muratori, scalpellini, imbianchini, elettricisti, aiutati da pochi operai e incitati dall'esempio dei padri che spesso si univano ad essi nel lavoro. Così nel gennaio 1936 i locali furono in condizioni di ospitare il folto numero di studenti pro­venienti dal convento di Barra-Napoli.

Il convento divenne presto sede di un apprezzato Studio Generale al quale affluirono chierici studenti anche da altre province religiose domenicane e da altri ordini fino al 1959.

Intanto, nel 1947, era stato possibile acquistare dagli eredi Izzo i locali a piano terra a mezzogiorno e il giardino antistante. All'alba dell'I 1 maggio 1962 tutto il lato ovest del convento, in condominio col barone Carlo Tortora Brayda, crollò per la lunghezza di circa 30 metri. Era la parte meno solida e più manomessa: il piano superiore era dei religiosi, il piano terra del barone. Per fortuna non vi fu alcuna vittima. Ma il crollo servì a convincere il condòmino dell'impossibilità di una ulteriore convivenza dei religiosi con i suoi coloni.

Dopo laboriose trattative si addivenne quindi alla cessione, per un congruo prezzo, di tutte le restanti parti del convento ancora in mano a laici e di una fascia di terreno tutto intorno.

Solo nel 1973 fu ricostruito il lato crollato, in vista delle necessità logistiche del Capitolo Generale dell'Ordine Domenicano che si sarebbe tenuto a Madonna dell'Arco l'anno successivo.

LA CONGREGAZIONE DELLE SUORE DOMENICANE DI SANTA MARIA DELL'ARCO

A prendersi cura dell'orfanotrofio, di cui si parlerà più sotto, venne un gruppo di suore della congregazione Domenicana San Pietro Martire con casa madre in Firenze, invitate da padre Raimondo Sorrentino. Era il 3 agosto del 1925.

Ma il 14 aprile del 1934 il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze soppresse la congregazione delle Domenicane di San Pietro Martire invitando le suore che ne facevano parte ad entrare in altre congregazioni domenicane o a tornare nelle proprie famiglie.

Padre Sorrentino prese questo evento come segno provvidenziale. Era una idea che, da un po' di tempo, andava meditando nel suo cuore: fondare una congregazione di suore che consacrassero la loro vita al Signore per il servizio educativo dei fanciulli e per le opere del santuario. Rincuorò le suore sgomente e disorientate che erano a Madonna dell'Arco e prospettò loro il progetto invitando ognuna ad esprimere, per iscritto, se preferivano restare all'Arco o passare ad altra congregazione. Tutte le suore furono per la prima soluzione.

Dopo una fitta corrispondenza con padre Caterini, procuratore generale dell'Ordine Domenicano, e padre Ceccarelli, visitatore della ex congregazione di San Pietro Martire, padre Sorrentino espose il suo progetto al vescovo di Nola, monsignor Egisto Melchiori. Il vescovo, che aveva grandissima stima di padre Sorrentino, accettò di prendere sotto la sua giurisdizione la casa dell'Arco come casa indipendente nello stesso orfanotrofio. Intanto il vicario generale dell'Ordine chiamava a Roma padre Sorrentino per conoscere se fosse possibile salvare anche la casa delle suore annessa all'Angelicum e quella annessa al convento della Minerva. Il padre si recò nelle due case e ottenne l'entusiastica adesione anche di quelle altre suore alla nuova fondazione.

Il successore di Melchiori, monsignor Michele Raffaele Camerlengo, prese subito a cuore le sorti di queste religiose, e ottenuta la facoltà dalla Sede Apostolica, istituì, con decreto del 6 febbraio 1936, la nuova congregazione di diritto diocesano col titolo di Suore terziarie Domenicane di Santa Maria dell'Arco.

Il 19 marzo 1942, con decreto del maestro generale dell'Ordine, padre Martino Stanislao Gillet, la nuova congregazione entrò ufficialmente a far parte della Famiglia Domenicana. La nuova congregazione, raggiunta la definitiva sistemazione giuridica, dopo lunghi e costanti sacrifici, sotto la materna protezione della Vergine dell'Arco, iniziò il suo cammino. Attualmente la congregazione ha case non solo in Italia ma anche due «missioni» in Perù e svolge una intensa attività prevalentemente educativa ed assistenziale.

Tanto lavoro e tanta abnegazione non potevano passare inosservati al maestro generale dell'Ordine, padre Vincenzo de Couesnongle che, eletto a Madonna dell'Arco nel Capitolo Generale dell'agosto 1974, aveva avuto modo di apprezzare lo spirito e la generosità delle suore della congregazione. Con la sua autorità ottenne dalla Santa Sede l'accoglimento della richiesta, già avviata dal priore provinciale padre Agostino Giordano, del riconoscimento di «diritto pontificio». Il relativo decreto fu letto e consegnato alla madre generale, suor Maddalena Concilio, dal vescovo di Nola, monsignor Guerino Grimaldi il 12 settembre del 1976 in santuario, durante una solenne concelebrazione, alla presenza del cardinale Luigi Ciappi, domenicano.

È doveroso ricordare l'opera instancabile espletata dalle superiore generali che si sono succedute alla guida della congregazione: madre Giacinta Brancaccio, madre Chiara Rossi, madre Maddalena Concilio, madre Assunta Giaffreda e madre Concettina Barone che è in carica dal 2005.

I padri domenicani del santuario, che questa congregazione hanno visto nascere e diventare «pontificia», sono stati sempre fraternamente vi­cini a queste consorelle senza la cui preziosa col­laborazione non potrebbero mantenere in vita le molteplici opere educative e assistenziali che sono sorte all'ombra del santuario. Ne auspicano, pertanto, la crescita spirituale e lo sviluppo con la benedizione della Vergine dell'Arco e del santo padre Domenico.